Attacco all’omeopatia sintomo di malessere identitario più ampio della medicina moderna. Intervista a Alexandre Klein

In Francia, negli ultimi mesi il movimento #nofakemed ha sollevato forti polemiche tra professionisti della salute favorevoli alle medicine complementari e una parte della classe medica che si è prefissata l’obiettivo di promuovere “trattamenti e terapie basati su evidenze scientifiche”. Secondo il filosofo e storico della scienza canadese Alexandre Klein, l’attacco virulento all’omeopatia va visto come sintomo di un malessere identitario più ampio della medicina moderna e conseguentemente del ruolo del medico.

Il movimento #nofakemed è molto aggressivo nei confronti delle medicine complementari. Ci sono precedenti nella storia della medicina?
Dalla Rivoluzione Francese, ogni volta che la classe medica ha voluto affermarsi e unirsi, ha trovato nemici che ha chiamato “ciarlatani” per definirsi meglio in contrapposizione ad essi. In una certa epoca erano i guaritori, in altre le ostetriche o soggetti che esercitavano senza essere medici, i cosiddetti “officiers de santé”. L’opera di esclusione degli altri operatori sanitari è stata particolarmente attiva nel XIX secolo, quando la medicina ha lavorato per acquisire il monopolio della salute. Ma nel XX secolo è avvenuto un movimento inverso. Gradualmente, le persone si sono rese conto che la salute non era solo la medicina. Inoltre, nel 1946, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) l’ha definita non solo come assenza di malattia, ma come stato di completo benessere fisico, mentale e sociale. Nel frattempo i medici, che si erano attribuiti la missione di guarire, hanno assistito al moltiplicarsi delle malattie croniche, non più da curare ma soltanto da gestire. Hanno quindi scelto di delegare, per mantenere il loro ‘core business’, ad esempio creando associazioni per insegnare ai pazienti a prendersi cura di loro stessi. La rimessa in discussione del monopolio medico si è poi accentuata con lo sviluppo di un mercato del benessere, divenuto sempre più importante.

Quindi la creazione di questo movimento “anti-ciarlatani” non l’ha sorpresa?
No, ma quello che mi ha colpito nella loro prima azione, una presa di posizione pubblicata a marzo su Le Figaro, erano le affermazioni piuttosto disorganizzate, per non dire disordinate. Si capiva che gli autori prendevano di mira l’omeopatia, ma lo facevano mettendo nello stesso calderone tutte le medicine complementari, senza sfumature né distinzioni.

L’agopuntura e l’omeopatia non possono essere equiparate tra loro, e non si può neanche considerare l’osteopatia, che è una disciplina insegnata e riconosciuta in paesi come il Canada o la Scozia, semplicemente una pratica da ciarlatani. Certo, è legittimo rivendicare pratiche basate sull’evidenza, ma l’idea stessa di esclusione mi risulta difficile da accettare. Ci sono interessi corporativistici in ​​questo movimento, e inoltre, in realtà, la loro presa di posizione era destinata soprattutto all’ordine dei medici.

L’altro elemento che mi ha colpito è che molti dei firmatari del testo sono medici generici, apparentemente giovani. Non c’è peraltro da stupirsene, alla luce del fatto che sono anche i più colpiti dalla crisi di identità della medicina francese. Con il deterioramento delle condizioni di lavoro e pazienti più informati, più esigenti, talvolta più vendicativi, i medici sono spesso disorientati. Avendo sempre meno tempo da dedicare ai loro pazienti, non possono davvero prendersi cura (nel senso di care) di loro. A differenza degli omeopati, degli agopuntori o degli osteopati che, invece, offrono tempo per l’ascolto e cure individualizzate. Per me, questo movimento è quindi anche, e forse soprattutto, un sintomo del crescente malessere di alcuni medici.

Non è un desiderio di razionalizzare la medicina?
In apparenza, forse, ma il movimento di razionalizzazione delle pratiche mediche esiste già da molto tempo e ora passa attraverso altri canali, come ad esempio quelli della evidence-based medicine (medicina basata sulle evidenze). Avrei pensato che i giovani medici si lamentassero, al contrario, della poca autonomia lasciata loro dalle guide di buone pratiche, interamente basate sulle evidenze. Rivendicare maggiore scientificità è, a mio parere, come l’albero che nasconde la foresta; forse un grido per denunciare qualcos’altro. Nel mondo, anche se il processo di razionalizzazione è tuttora in corso, si va anche verso una maggiore complementarietà, una maggiore interdisciplinarità tra gli operatori terapeutici. Lo vedo in Canada o negli Stati Uniti, dove le medicine complementari sono più integrate in ambito ospedaliero. Ma la medicina francese rimane rigida su questi temi. Alla base, c’è qualcosa di molto tradizionale, addirittura tradizionalista, nell’iniziativa #nofakemed.

La loro modalità di comunicazione, soprattutto attraverso i social, è estremamente moderna. Con affermazioni taglienti, attacchi diretti…
In effetti, ma possiamo fare un parallelismo con le riviste mediche di diversi fronti politici create nel XIX secolo e i dibattiti, talvolta violenti, che ne sono emersi. Ciò che colpisce qui è che, oltre agli osservatori esterni quali giornalisti o storici che seguono l’hashtag su Twitter, i #nofakemed sono per lo più professionisti che si interrogano a vicenda. E, come per il tema dei vaccini, ad esempio, vediamo che si è innescata una battaglia di schieramenti tra pro e contro, senza un vero spazio di discussione. Tuttavia, come ha già osservato la filosofa Isabelle Stengers, che ha lavorato sul rapporto tra medici e ciarlatani, quando le posizioni sono troppo contrarie, troppo definite per stabilire un vero dialogo, probabilmente la domanda è mal posta e si deve guardare altrove. Da qui l’idea di evidenziare il malessere e la crisi d’identità della medicina francese che sono, a mio parere, il nocciolo di questo movimento.

Tratto da Le Monde, 28 novembre 2018

Articolo pubblicato su Popsci.it